TASSE E BALZELLI

E’ giusto pagare le tasse? E quanto? E come?

Come promesso (o minacciato…) dedichiamo una mini-serie ai fondamentali dell’imposizione fiscale. Sarà un viaggio breve, e come al solito di natura divulgativa, pertanto chiediamo scusa fin d’ora ai nostri lettori più esperti se non affronteremo in modo tecnico e specialistico tutti gli aspetti del diritto tributario. Preferiamo però condividere i principi essenziali e l’ABC della materia, per aiutare tutti a capire di cosa si tratta.

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Si parla molto, anche troppo, di tasse. Il problema è che spesso se ne parla male. Tutti i politici, indistintamente e giustamente, mettono il fisco al centro dei loro programmi politici, promettendo che se fossero eletti diminuirebbero sensibilmente il carico tributario per cittadini e imprese. Poi però, stretti fra i vincoli del bilancio e la necessità di reperire sempre maggiori risorse pubbliche, inevitabilmente lo aumentano, rendendosi conto che in effetti la coperta è troppo corta: se la si tira da un parte, un’altra rimane scoperta.

Il compianto prof. Tommaso Padoa Schioppa, quando era Ministro dell’Economia, aveva una certa inclinazione per le battute e locuzioni ad effetto: fu lui a coniare, fra l’altro, i termini “tesoretto” e “bamboccioni”. La più celebre fu certamente : “E’ bellissimo pagare le tasse”, che gli attirò gli strali di molti seriosi commentatori politici che certamente non apprezzavano il sottile humor di matrice britannica. Eppure il ministro aveva ragione, perché pagare le tasse è davvero bello, a patto che si abbia un reddito che le giustifichi, che il sistema impositivo sia equo, che lo Stato impieghi le risorse così reperite in modo efficiente e soprattutto che tutti le paghino.

Purtroppo queste condizioni, in Italia, non sempre si verificano, anzi talvolta sono clamorosamente assenti, tanto che molto spesso chi paga le tasse si sente ingiustamente vessato e impotente.

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Vediamo di entrare un po’ nel dettaglio del sistema, partendo da quello che la Costituzione dispone nell’articolo 53 (Sezione I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo IV – Rapporti politici), che recita:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

I concetti qui richiamati sono sostanzialmente tre: l’utilizzo del gettito (ovvero delle somme che lo Stato incassa con le imposte) per coprire il fabbisogno derivante dalle spese pubbliche; la capacità contributiva (ovvero la correlazione al reddito); la progressività (il meccanismo che impone a chi ha redditi maggiori di pagare una parte maggiore del proprio reddito rispetto a chi ha redditi minori).

Sembrano concetti del tutto lineari e condivisibili, impossibili da mettere in discussione. Eppure, come vedremo, nel nostro sistema impositivo non sempre sono rispettati. Iniziamo dal primo.

Il gettito serve a pagare le spese pubbliche. Lo Stato, attraverso la Pubblica Amministrazione, eroga una serie di servizi considerati indispensabili e rivolti a tutti i cittadini. Si tratta, a ben vedere, di una forma di redistribuzione del reddito: per consentire a tutti, anche ai meno abbienti, di usufruire di questi servizi, è necessario che tutti contribuiscano, a seconda della loro capacità. Probabilmente chi ha grandi redditi potrebbe anche fare a meno di quei servizi o potrebbe tranquillamente pagarseli, ma chi non ha questa capacità sarebbe in grande difficoltà. Si pensi all’istruzione, alla sanità, all’amministrazione della giustizia, all’ordine pubblico e così via.

Le imposte servono a consentire un livello di vita dignitoso anche a chi non ha mezzi sufficienti, e questa è sicuramente una conquista delle società moderne. Il “contratto sociale” alla base dello Stato prevede che la comunità si faccia carico delle necessità dei meno abbienti. Si tratta di un principio presente sia nei fondamenti del cattolicesimo, il solidarismo, che nel marxismo (”a ognuno secondo il suo bisogno, da ognuno secondo le sue possibilità”).

Occorre precisare che le imposte sono generiche e non relative a particolari spese; diverso è il concetto di “tasse”, che sono invece il corrispettivo specifico per un particolare servizio fornito dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso delle tasse scolastiche (le paga solo chi va a scuola) o degli oneri di urbanizzazione (li paga solo chi edifica in un’area non ancora urbanizzata). In genere le tasse non coprono l’intero onere che la Pubblica Amministrazione sostiene per quel servizio, ma solo una parte. Il resto è a carico del bilancio dello Stato, che a tal fine utilizza proprio il gettito tributario. Anche quando vengono istituite imposte a fronte di specifiche e straordinarie emergenze (ad esempio terremoti o disastri naturali), queste confluiscono nel bilancio dello Stato, e da qui si attinge per fronteggiare la spesa. Infatti molto spesso, quando l’emergenza è finita, l’imposta resta e da straordinaria diventa ordinaria.

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L’altro concetto base della previsione costituzionale è quello della capacità contributiva. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, questo deve essere necessariamente posto in relazione al reddito, poiché il presupposto è che, una volta pagate le tasse, il contribuente abbia comunque i mezzi per condurre un livello di vita dignitoso. Detto in altri termini, le imposte non devono mai essere spoliative, cosa che può verificarsi nel caso di imposte patrimoniali, quando a fronte di un patrimonio non ci sia comunque un reddito con cui far fronte all’onere tributario.

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La capacità contributiva è strettamente collegata al terzo concetto costituzionale, quello della progressività, che in effetti è il meno intuitivo ed elementare dei tre, e del quale parleremo in dettaglio nel prossimo articolo.

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