Crediti cattivi e banche cattive

Iniziamo da lontano. Il mestiere della banca è quello di raccogliere denaro dai risparmiatori per prestarlo alle imprese, in modo tale da guadagnare sulla differenza (la cosiddetta forbice) fra i tassi attivi, quelli riscossi dai beneficiari dei prestiti, e i tassi passivi, quelli pagati ai depositanti.

Questa funzione, chiamata “intermediazione creditizia”, è fondamentale in ogni sistema avanzato perché rende più efficiente il circuito finanziario e assicura un migliore utilizzo delle risorse di cui il sistema dispone, rendendo produttivo, in quanto facilitatore degli investimenti, il risparmio delle unità in surplus.

Condizione di sopravvivenza della banca è che sia in grado, in ogni momento, di adempiere ai suoi obblighi, in particolare a quello di rimborsare i depositi quando i clienti lo richiedono, se si tratta di depositi a vista, oppure alla relativa scadenza. L’equilibrio della banca è basato dunque sulla circostanza che analoga capacità di rimborso la abbiano le imprese clienti, per ciascun segmento di scadenza.

Sintetizzando, il credito può essere a breve termine (o a vista, cioè a scadenza indeterminata salvo revoca) e a medio/lungo termine. Tendenzialmente la banca deve quindi utilizzare il risparmio a vista (i conti correnti) per finanziare i cicli produttivi e il risparmio a lungo termine (attraverso le obbligazioni o i certificati di deposito) per finanziare gli investimenti. Già il disallineamento delle scadenze fra attivo e passivo bancario (il cosiddetto mismatch) genera problemi non da poco, che possono portare all’illiquidità della banca, come avvenne in Italia nella crisi degli anni ‘30 del secolo scorso, che portò alla nascita dell’IRI e delle banche pubbliche: per scongiurare tale eventualità la banca deve sempre poter contare su adeguate riserve di mezzi liquidi o di attività prontamente liquidabili.

Oltre ai problemi di liquidità, la banca può incorrere in vere e proprie perdite economiche originate dal default delle imprese clienti, cioè dal loro fallimento o quanto meno dell’incapacità a rimborsare i prestiti. In questo caso l’istituto dovrà svalutare il proprio credito, ovvero cancellarlo dalle proprie attività o ridurlo in proporzione alla possibilità di recupero. Se il fenomeno si manifesta per molti clienti, e quindi genera forti svalutazioni e perdite, l’equilibrio economico e patrimoniale della banca può venirne compromesso con conseguente necessità di rinforzare il capitale, e quindi chiedere risorse ai propri azionisti.

Esistono diverse gradazioni di sofferenza, ovvero di problematicità del credito. La normativa fiscale consente di detrarre le svalutazioni dei crediti solo se c’è una procedura fallimentare, altrimenti la svalutazione è tassata. Quindi la banca è stretta fra l’incudine dell’Autorità di Vigilanza, che richiede sempre le svalutazioni massime, e il martello del vincolo di bilancio, aggravato dall’onere fiscale.

I crediti in sofferenza o non performing – in acronimo dall’inglese NPL (non performing loans)- sono una vera e propria spina nel fianco per le banche. La manovra più semplice, di pulizia del bilancio, è quella di cederli a soggetti specializzati nel recupero crediti, che li pagheranno secondo una certa percentuale del loro valore teorico, ovvero del prestito originario maggiorato degli interessi non pagati. Per i crediti totalmente irrecuperabili, difficilmente la banca – con una cessione pro soluto[1] – potrà ottenere più del 5/10 % del valore; mentre per altre tipologie di crediti (ad esempio mutui ipotecari, prestiti personali, credito al consumo) si potrà arrivare anche al 30%.

Una società specializzata nella gestione e recupero di portafogli non performing, può recuperare quote anche importanti del credito, in alcuni casi può arrivare al recupero integrale o quasi, con solo modesti stralci. La differenza fra quanto riesce a recuperare e il prezzo pagato alla banca costituisce il reddito di queste società. Si tratta di un business di grande interesse, perché molto spesso il credito è assistito da garanzie immobiliari, la cui gestione attiva – attività che la banca difficilmente riesce a fare – può consentire di conseguire utili molto elevati.

Visto che nei grandi portafogli di prestiti in sofferenza ci sono sempre titoli diversi e a diverso grado di possibile recuperabilità, si può ben dire che in molte situazioni bancarie di crisi la parte più interessante per un investitore sia proprio questa, mentre l’attività creditizia tradizionale ben difficilmente potrà essere risollevata, in un mercato come l’attuale.

La tendenza, nei casi di crisi bancarie rilevanti, è oggi quella di concentrare in un’unica società – la cosiddetta bad bank – tutti i crediti dubbi per poi scorporarla dalla banca e alleggerire il bilancio.


[1] Si definisce pro soluto la cessione del credito in cui l’acquirente (cessionario) si sostituisce integralmente al venditore (cedente) e rinuncia a qualunque pretesa futura sul credito verso il debitore (ceduto). L’altra tipologia di cessione è quella pro solvendo, in cui il venditore cedente si libera dall’obbligazione solo quando l’acquirente cessionario abbia ottenuto il pagamento dal debitore ceduto. In tale ultimo caso, dunque, l’acquirente potrà restituire il credito e recuperare quanto pagato qualora si verifichino condizioni negative: la banca otterrà quindi un prezzo più alto ma non potrà eliminare tali poste dal proprio bilancio.

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