PENSIONE PARADISO

Affrontiamo questa volta un argomento fino ad ora mai trattato in questo blog: la previdenza e il sistema pensionistico. Probabilmente si tratta di un tema che la maggior parte dei nostri lettori, per la loro età anagrafica, non ha ancora approfondito o affrontato, erroneamente rinviandone la relativa presa di coscienza al momento in cui si avvicinerà l’età fatidica di abbandonare il lavoro.

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Cerchiamo di mettere in fila gli elementi di base che costituiscono il fondamento del sistema previdenziale, che molto spesso vengono troppo frettolosamente dati per scontati, per capire quale sia la situazione nel nostro paese, quali problemi si prospettano per gli anni a venire, e cosa può essere fatto per evitare brutte sorprese.

In Italia, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, si è gradualmente cercato di abbandonare il precedente meccanismo di calcolo delle pensioni, cosiddetto “retributivo”, insostenibile in un sistema economico caratterizzato da invecchiamento della popolazione, elevato tasso di disoccupazione strutturale, e quindi progressivo aumento del rapporto fra popolazione non attiva (che non versa i contributi) e popolazione totale.

Il sistema retributivo,  infatti, produce per l’ente previdenziale (l’INPS) un inevitabile squilibrio finanziario fra entrate (i contributi sociali riscossi) e uscite (le pensioni pagate) che origina un disavanzo strutturale coperto attraverso l’aumento del debito pubblico. In tale sistema le pensioni vengono calcolate come percentuale degli ultimi stipendi percepiti (in genere la media degli ultimi 10 anni) e vengono alimentate, tempo per tempo, dai contributi pagati dai lavoratori attivi. Anche partendo da una situazione di equilibrio, è evidente che se la popolazione invecchia, con conseguente aumento dei trattamenti pensionistici erogati e diminuzione dei contributi incassati, e se non c’è un proporzionale aumento della nuova forza lavoro, il sistema non può reggere.

Questo meccanismo presenta, a fronte dell’unico svantaggio che è quello di essere insostenibile, una serie di indubbi vantaggi: consente al pensionato di mantenere un livello di vita e una capacità di spesa molto vicini a quelli di quando lavorava; dà la possibilità di capitalizzare al massimo gli avanzamenti di carriera al termine della vita lavorativa (più alti gli ultimi stipendi, maggiore la pensione di cui si godrà); rende felice, e quindi elettoralmente ben disposta, una gran parte della popolazione, che oltre tutto tende ad aumentare progressivamente.

A maggior ragione se si consente di andare in pensione molto presto con il sistema delle pensioni di anzianità, per le quali basta un certo numero di anni di lavoro (i famosi 15 anni, sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici fino a qualche decennio fa) per accedere alla pensione. Finché ci sono lavoratori che pagano i contributi, e finché si può scaricare sul debito pubblico il disavanzo degli enti di previdenza, è il migliore dei mondi possibili, quello della “pensione paradiso”.

Il problema è che in tal modo vengono impiegate risorse che il paese non possiede, ma che in qualche modo anticipa a carico delle generazioni future, ammesso che prima o poi qualcuno rimborsi il debito pubblico, argomento di cui abbiamo parlato in un precedente articolo: si veda

https://marcoparlangeli.com/2019/10/01/riusciremo-mai-a-ripagare-il-debito/

 

Quando poi si decise, o meglio i vincoli di bilancio imposti dall’Europa ci costrinsero, a riequilibrare i conti e a contenere il debito pubblico, si passò (o più precisamente si iniziò un percorso di passaggio, ancora non compiuto) al metodo cosiddetto “contributivo”.

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Se il retributivo ha idealmente un contenuto sociale e solidaristico (chi lavora e guadagna mantiene chi non lavora trasferendo una parte del suo reddito), il contributivo ha un contenuto più spiccatamente finanziario.

Questo metodo consiste nell’accumulare, per ciascun lavoratore, i contributi che egli versa nel corso della sua vita lavorativa, accreditandoli in un conto previdenziale personale. Tali risorse confluiscono nelle casse dell’ente previdenziale che le impiega al fine di conservarne il valore e generare un reddito da investimento e, al momento della pensione, il capitale così costituito (cosiddetto “montante”) viene restituito sotto forma di rendita allo stesso individuo.

Teoricamente questo sistema, da un punto di vista finanziario, è perfetto e sostenibile. Ognuno raccoglie quello che ha seminato e non ci sono travasi di risorse da categorie di lavoratori ad altri. Nella realtà questo, purtroppo, non sempre succede, o quanto meno non sempre dà luogo ad una pensione che sia sufficiente per vivere dignitosamente, soprattutto se i versamenti non sono stati continui negli anni, se magari si è dovuto riscattare parte del fondo per esigenze familiari o, ancora peggio, se chi ha gestito le risorse ha prodotto perdite di capitale.

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A maggior ragione se, come accade ai giovani di oggi, l’ingresso nel mondo del lavoro avviene molto tardi e in forme instabili e precarie, con retribuzioni magari a livello minimo. Per molti dei nostri ragazzi la pensione resterà un miraggio.

Nel prossimo articolo vedremo come è stato realizzato il passaggio da un sistema all’altro e quali prospettive si possono ragionevolmente aprire.

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