Il Banco del Mutuo Soccorso

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Secondo alcune autorevoli interpretazioni, la recente offerta pubblica di acquisto lanciata da Intesa San Paolo su UBI mirerebbe a minimizzare, per i due istituti proagonisti, le conseguenze della prevedibile pressione della BCE (la Banca Centrale Europea, preposta alla vigilanza sul sistema bancario nell’Unione) volta a spingere verso il consolidamento.

Si ritiene infatti che obiettivo dell’Autorità centrale di Francoforte sia quello di avere player di sempre maggiori dimensioni, in modo da favorire la stabilità. In tale logica, Intesa San Paolo, la prima banca italiana, ha sicuramente una size ragguardevole ma insufficiente per competere con successo con i giganti europei e mondiali. E siccome è impensabile una fusione fra pari (merger of equals) con l’altro campione nazionale, Unicredit, meglio anticipare le mosse e acquisire la terza banca del paese, UBI appunto, che fra i potenziali target è sicuramente la più in salute e redditizia e la meglio gestita.

Inoltre i due istituti condividono una serie di aspetti importanti sia di filosofia gestionale sia di retroterra culturale, oltre che numerosi azionisti comuni, fra i quali il più autorevole è decisamente Giovanni Bazoli, storico azionista della banca bergamasca e per lungo tempo presidente di Intesa.

Dal punto di vista di Intesa, infatti, senz’altro meglio UBI che Banco Popolare o Banca Popolare dell’Emilia Romagna (peraltro quest’ultima coinvolta anche nell’offerta lanciata in quanto potenziale acquirente degli sportelli da vendere per l’entità risultante dalla fusione[1]). La prima – pur sostanzialmente rimessa in carreggiata dopo gli sbandamenti del recente passato – caratterizzata da una governance complicata e da un assetto azionario problematico; la seconda eterogenea sotto il profilo aziendale e difficilmente integrabile, dato che non ha ancora digerito le acquisizioni del passato.

Dal punto di vista di UBI, sempre che l’offerta vada a buon fine – finale tutt’altro che scontato -, una svolta del genere consente di valorizzare il titolo in misura consistente, a tutto vantaggio degli azionisti. Ma soprattutto di evitare quello che il vertice ha fino ad ora considerato come l’evento più pericoloso: il salvataggio di MPS, e forse l’obbligo, in alternativa all’ipotesi senese, di acquisire essa stessa Banco Popolare e/o BPER, con ciò diluiendo sensibilmente gli utili e indebolendo le leve di comando.

Se questa ricostruzione è corretta, e se il bid riesce, Intesa San Paolo sarebbe una sorta di  “Banco del Mutuo Soccorso” per la finanza lombarda, una specie di arrocco in chiave difensiva finalizzato a mantenere saldamente in mani nazionali l’unica roccaforte del credito, dato che l’altro competitor, Unicredit, di italiano ha ormai molto poco, a partire dal capo azienda dato per sicuro partente.

Francamente questa ricostruzione non ci convince, ma anche sotto un profilo industriale l’operazione presenta molti aspetti che probabilmente potrebbe chiarire solo l’artefice dell’offerta.

Il modello di business di Intesa San Paolo si è evoluto con successo da banca retail a operatore a largo spettro sui mercati finanziari, in grado di realizzare economie di scala e fare cross-selling a tutti i livelli, controllando tutta la filiera produttiva in modo redditizio. Un’evoluzione che non è riuscita alle altre banche di medie dimensioni che sono scomparse dal sistema o che sono in via di scomparsa.

Come abbiamo più volte scritto, la banca tradizionale all’epoca di internet è fuori tempo e fuori mercato, salvo in via residuale la piccola e piccolissima banca di territorio in grado di intercettare i segmenti di mercato ancora non toccati dal fintech: piccoli risparmiatori, artigiani, agricoltori, commercianti locali e così via.

Hanno ancora senso le ex casse rurali e le piccole popolari cooperative, molto meno le aziende di portata nazionale troppo piccole per la competizione sui grandi numeri e nel fintech ma troppo grandi per poter ammortizzare i costi fissi dei sempre maggiori investimenti necessari e della base di personale. O Scilla dei grandissimi numeri, o Cariddi della clientela minuta e scarsamente evoluta: chi sta in mezzo al guado è destinato ad andare a fondo o ad essere “mangiato” da pesci più grossi.

In questa logica, dal punto di vista di UBI l’operazione avrebbe molto senso perché consentirebbe di evolversi verso un modello che probabilmente da sola non sarebbe in grado di realizzare, tanto meno se appesantita dalla zavorra di altre banche della stessa dimensione.

Molto meno, se non in ottica puramente difensiva, l’offerta parrebbe aver senso per Intesa San Paolo, che valuta 4,7 miliardi una rete di filiali che in borsa ne vale molto meno, e che dopo la tempesta del coronavirus ha visto ancora ridurre il suo valore. Vero è che, essendo l’offerta strutturata con carta contro carta, ovvero offrendo in cambio agli azionisti di UBI le azioni di Intesa San Paolo, anche la moneta di scambio ha perso valore e quindi alla fine le proporzioni restano rispettate. Tutto ciò, pur avendo posizionato l’offerta al termine (almeno per ora) di una lunga fase di rialzo del mercato.

Il punto non è tanto quello di pagare cara la banca acquisita, quanto quello di poter realizzare, attraverso la sua integrazione, delle sinergie che sviluppino più valore del costo pagato. E, da quanto è dato conoscere, sarà ben difficile – in un mercato che penalizza sempre di più l’attività bancaria retail – che questo possa accadere.

 


[1] Ai fini dell’autorizzazione da parte dell’Autorità Antirust, una serie di sportelli in Lombardia risulteranno duplicati e quindi l’offerente verrebbe con molta probabilità obbligato a venderli; in questo caso BPER potrebbe essere l’acquirente delle Filiali overlapping

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