Economia di Guerra

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Proseguiamo l’esame del mondo che verrà dopo la fase acuta della pandemia. Abbiamo esaminato gli aspetti demografici, nelle prossime settimane parleremo delle conseguenze, più o meno strutturali, in altri settori di attività. Ci soffermeremo sul real estate, ovvero l’immobiliare, le costruzioni e tutto quello che vi ruota incontro e sulla comunicazione, i media e la pubblicistica. In entrambi i casi ospiteremo contributi di professionisti esperti dei relativi settori.

Oggi però parliamo di quello che conosciamo meglio: l’economia, la finanza, il lavoro. Ne abbiamo già accennato nei primi momenti dell’esplosione del virus, limitandoci a un orizzonte temporale di breve periodo, nell’ottica di un investitore.

E’ vero che, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma mai come in questo caso si può affermare a ragione che dopo niente sarà più come prima. Esattamente come in tempo di guerra, quando non a caso si entrava nel tunnel dell’economia bellica che avrebbe tenuto il palcoscenico per diversi anni a venire.

E’ stato detto che il virus è addirittura peggio della guerra, perché il nemico non si vede e ti può arrivare addosso da qualunque parte, trasmesso da amici, parenti e conviventi, portandoci a nutrire diffidenza verso chiunque ci circondi.

Nell’economia di guerra, le produzioni nazionali vengono in massima parte riconvertite per soddisfare le esigenze militari e quindi orientate alla siderurgia, alle armi, alla chimica, ma anche alla logistica e ai trasporti. Al posto delle armi ci sono ora i dispositivi farmaceutici, sanitari, le biotecnologie, la ricerca. Molte fabbriche tessili si sono convertite a produrre mascherine e camici sterili; aziende meccaniche si dedicano a produrre respiratori e così via.

Interi comparti sono spazzati via e, in particolare, tutti quelli legati al divertimento, allo spettacolo, al turismo, esattamente come in guerra. Naturalmente, via via che la situazione si normalizza, si cercherà di tornare alle vecchie abitudini, anche se adottando le misure di sicurezza e le cautele del caso. Solo che talvolta le nuove disposizioni renderanno pressoché impossibile o non economico tornare al business ante-virus e, comunque, i margini di profitto, quando ancora si potrà parlare di profitto, ne risulteranno drasticamente compressi.

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Un ristorante che ha il suo break-even (ovvero il punto di equilibrio economico, quello in cui i ricavi pareggiano i costi) a 100 coperti al giorno e che è costretto a distanziare i tavoli e creare spazi aggiuntivi, probabilmente potrà fare non più di 70/80 coperti e, inoltre, dovrà assumere personale di custodia per smistare i clienti, gestire le code, controllare il rispetto delle disposizioni: certamente nella nuova situazione dovrà sostenere una perdita o accontentarsi, se va bene, di un minor profitto. Naturalmente avrà una serie di opzioni per fronteggiare questo stato di cose: potrà aumentare i prezzi, cercare di risparmiare sul personale o sulle materie prime, attrezzarsi per il take-away e le consegne a domicilio, attivare un servizio di catering per uffici, aziende, e così via. Ma, per il nostro ristoratore, certamente nulla sarà più come prima.

Lo stesso per interi comparti del turismo e dei trasporti: facile prevedere che tutti i servizi low-cost basati sull’alto numero di utenti si troveranno in grandi difficoltà e dovranno pensare a modalità alternative o integrazioni sostanziali.

D’altra parte, saranno fortemente incentivati tutti i settori che si avvalgono della distribuzione via internet e del consumo da casa in modalità privata.

Se non ci saranno ricadute pandemiche e – come sembra – la strada sarà quella di una graduale convivenza col virus, almeno fino a quando non sarà disponibile il vaccino, è comunque prevedibile che a livello aggregato ci sia a partire dai prossimi mesi un recupero di reddito, se non altro perché i programmi di spesa sospesi in questo periodo verranno ripresi. L’equilibrio verrà presumibilmente trovato a un livello più basso e non è detto che questo sia necessariamente un male.

Il lavoro cambierà radicalmente, ma a questo aspetto dedicheremo un articolo a parte.

Ciò che forse cambierà meno è la finanza. In questo periodo, in effetti, i mercati finanziari hanno continuato a funzionare a pieno regime e le borse non hanno chiuso neanche un giorno. Dopo lo shock iniziale dell’ultima settimana di marzo, quando i listini di tutto il mondo sono crollati in modo devastante, è iniziato un recupero graduale che ha portato a chiudere il mese di aprile in progresso.

Per questo era importante, per l’investitore, non farsi prendere dal panico ed evitare di vendere quando tutti vendevano. Chi ha avuto coraggio, ha inoltre fatto buoni guadagni con l’intraday, acquistando dopo il crollo e rivendendo nell’arco della stessa giornata o pochi giorni dopo.

Per un mercato finanziario come quello italiano, strutturalmente debole e instabile, il rischio di ulteriori rovesci è sempre dietro l’angolo, per cui il consiglio è quello di restare tendenzialmente liquidi, ovvero mantenere il denaro disponibile a vista. In generale però, con riguardo soprattutto al mercato azionario USA, potrebbe essere una buona idea entrare in questa fase, contando sulle continue e crescenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali. Tutto questo denaro, che in prima battuta affluisce alle banche, prima o poi arriverà sui mercati finanziari sotto forma di domanda, ed avrà un effetto di sostegno ai prezzi.

Se dovessimo azzardare una previsione a medio termine – diciamo da qui alla fine dell’anno – diremmo di attendersi un dollaro che si indebolisce rispetto all’euro, alla sterlina e allo yuan e il prezzo del petrolio in decisa crescita.

Nel primo caso, infatti, verrà scontata sia la politica monetaria che quella economica espansiva in chiave elettorale, sia la forte crescita del debito pubblico USA in questa fase.

Nel caso del petrolio, è facile prevedere che non appena il mercato recupererà un minimo di equilibrio, e la produzione riprenderà a crescere, anche la domanda di energia aumenterà in modo consistente.

Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, invece, tutto dipenderà da quale evoluzione avrà l’inflazione e da come, conseguentemente, si muoveranno i tassi di interesse. In queste fasi, tipicamente, si hanno due tendenze contrapposte: da un lato il calo drastico della produzione, che porterebbe all’aumento dei prezzi (perché i pochi prodotti disponibili saranno più richiesti sul mercato); dall’altro invece il calo della domanda (dovuto alle più estese condizioni di povertà e alla riduzione dei redditi disponibili) porterebbe alla riduzione dei prezzi. Il costo dei fattori produttivi è parimenti difficile da ipotizzare: il lavoro presumibilmente costerà meno (la disoccupazione renderà disponibile molta forza lavoro) ma le materie prime aumenteranno.

Alla base di tutto, sarà però fondamentale l’azione delle banche centrali. Se, come tutto lascia supporre, continueranno nelle politiche espansive di aumento della quantità di moneta e sostegno al reddito, probabilmente le spinte deflazionistiche verranno frenate ed andremo verso un controllato aumento dei prezzi.

Un pensiero su “Economia di Guerra

  1. Pingback: Banco vince, banco perde. L’ABC dell’economia e della finanza | Marco Parlangeli

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