E’ la stampa, bellezza! (Ai tempi del Coronavirus)

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario e in quello immobiliare e delle costruzioni.

Oggi ospitiamo il contributo di un noto e brillante giornalista televisivo, Pierangelo Maurizio, che dal suo punto di osservazione privilegiato immagina cosa lascerà nel mondo del giornalismo e delle comunicazioni il famigerato Covid-19. Ci accorgeremo che anche qui, e non poteva essere diversamente, che il virus farà da moltiplicatore e acceleratore di una crisi epocale già iniziata da tempo. Per contenere il dilagare dei nuovi guru (oggi gli scienziati, domani chissà) ai quali deleghiamo responsabilità politica e visibilità, non basterà il ritorno alla TV generalista e la consapevolezza del valore del servizio pubblico, ma occorrerà, per i giornalisti e anche per tutti noi, studiare e farsi trovare preparati su tutti i fronti. Altrimenti ci aspetta un futuro di DPCM e conferenze stampa con poche e addomesticate domande e molti “consigli per gli acquisti”.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Che Covid farà? Nel senso: a tre mesi dall’inizio di questo cataclisma che si è abbattuto sulle nostre vite, sulla nostra economia, sui nostri rapporti personali, sulla nostra dimensione collettiva e dunque sulla nostra identità, quali sono i cambiamenti profondi, quelli che verranno, ma anche le opportunità, visti da un fronte particolare come l’informazione? Grazie alla stimolante sollecitazione di Marco Parlangeli  ad immaginare l’orizzonte prossimo proviamo a trovare qualche risposta. Dicendo subito che al pari di altri settori, mi riferisco ad esempio all’ultimo intervento dell’ing. Pietro Mele sull’immobiliare, l’emergenza da pandemia non ha fatto altro che agire da catalizzatore e amplificatore delle criticità “ad un passo dal burrone” di un settore strategico, massacrato da dieci anni di una crisi epocale che, appunto per essere epocale, non è una crisi ma un cambiamento strutturale irreversibile.

Cosa resterà di queste settimane? Di sicuro le schermate dei decreti del presidente del consiglio, semplici atti amministrativi ma con decisioni draconiane sul Paese, annunciati tra le 23.30 e le 23.45 da Facebook, portatori insani di un precedente pericoloso. Per alcuni verbo incarnato della agorà digitale, per altri riedizione in salsa orwelliana del balcone di Piazza Venezia. Come i contagi è aumentata a dismisura anche la confusione tra comunicazione e informazione (comunicazione: comunico ciò che mi interessa; informazione: metto in forma, do forma alle notizie nell’interesse di un soggetto terzo, la cosiddetta opinione pubblica.

Complessivamente l’informazione (professionale) vive un paradosso da Covid 19. La drammaticità degli eventi, l’incertezza di una situazione imprevista, le ha ridato centralità, seconda solo alla vera prima linea, la sanità. Tutti incollati ai tg, ai siti on line dei giornali, perfino i programmi cosiddetti di infotaintment sopravvissuti sono diventati sempre più “info” e sempre meno “taitment”. Ed ecco la prima contraddizione.

Se gli operatori della sanità hanno rovesciato la vulgata ultradecennale e spesso infame nella generalizzazione della “malasanità”, ora giustamente ri-definiti “angeli” ed eroi”, non allo stesso modo i giornalisti, in particolare il sindacato (unico) e gli organi di rappresentanza della categoria, sono riusciti a riaffermare la natura di servizio pubblico dell’informazione. Tant’è che tuttora non si è riusciti nemmeno ad avere la possibilità nei casi motivati di ricorrere a tamponi e test sierologici nonostante siamo una categoria a rischio. Segno anche di una professione intimorita, ripiegata su stessa e sul declino, schiacciata dal ricatto economico del precariato. Il paradosso da Covid dell’informazione è ancora più eclatante a proposito di un aspetto di solito poco considerato, l’aspetto industriale. Un articolo, un servizio giornalistico è “frutto dell’ingegno collettivo”. Cioè un prodotto caratterizzato – o che dovrebbe esserlo – da una forte componente creativa-personale ma all’interno di un processo produttivo industriale complesso. Tutti i tg e i programmi di approfondimento hanno fatto il pieno di ascolti seppure con un calo della pubblicità a marzo e aprile valutata intorno al 39-40%. Cioè a fronte di una (ulteriore) pesante riduzione delle risorse, la crisi da pandemia tuttavia ha riconfermato la tv generalista come il mezzo che aggrega in uno spazio temporale limitato la platea più vasta. Ma i giornali di carta stampata, a parte un paio di eccezioni, hanno continuato la perdita verticale di copie vendute. Con il sapore della beffa che ha regalato la facoltà data alle edicole di restare aperte mentre … gli italiani erano chiusi a casa. Risultato: molte edicole hanno definitivamente chiuso i battenti.

Ma ciò che è apparsa più evidente durante l’emergenza è stata la perdita (anche qui ulteriore) di autonomia. Come immagine plastica ne rimarranno le quotidiane conferenze stampa con il bollettino su morti e contagiati, senza domande degne di questo nome anche di fronte alle ripetute affermazioni che “è tutto sotto controllo”. Quando con tutta evidenza non tutto era ed è sotto controllo, in particolare in alcune situazioni purtroppo come la Lombardia.

Sicuramente a spiazzare i giornalisti è stato l’irrompere sulla scena di un potere nuovo, ritenuto e che si autocelebra come “neutro”, ovvero il potere scientifico. Ma al netto delle vanità personali e delle pingui fee (compensi) che stanno affiorando per le continue apparizioni televisive, fin dai primi giorni doveva essere chiaro che nessun potere è “neutro”, neppure quello dei portatori della “certezza scientifica”. Anzi, il brandire come scomuniche le accuse di fake news dei nuovi sacerdoti della verità è l’esatto opposto del metodo scientifico, basato sul dubbio e per il quale una verità assoluta può non esserlo più il giorno o il minuto dopo.

Penso che come giornalisti dovremo al più presto colmare questo gap di conoscenze tecniche, studiando, restituendo spazio alla divulgazione, con competenza, modestia, ma senza timori reverenziali. Se vuoi occuparti come si deve di un caso giudiziario devi, dopo la disclosure,  conoscere gli atti quanto se non meglio di avvocati e magistrati. Se ti occupi di una pandemia devi saper districarti tra proteine, molecole, virus “chimere” (prodotti in laboratorio), Rna ecc. Perché o l’informazione è, per usare una semplificazione ma che rende l’idea, il “cane da guardia” nei confronti del potere o non è. Di tutti i poteri, compreso il neo-potere (pseudo) scientifico costituito.

Per concludere e senza annoiare ancora. La crisi dell’editoria, in particolare della carta stampata ma anche della tv con tempi più diluiti, è molto semplice: le multinazionali di internet succhiano i contenuti, la cui elaborazione ha costi molto alti, senza pagarli e senza pagare le tasse. Processo agevolato dai tanti poteri, palei o occulti, che non amano il giornalismo. Come se ne esce dopo l’emergenza Covid o trasformandola in un’occasione? Ricostruendo un sistema dell’informazione (con risorse e redditività adeguata alla “merce” trattata) riconosciuto come infrastruttura strategica per lo sviluppo del Paese, se governo e parlamento vareranno i provvedimenti e le regole valide per tutti, che finora non hanno voluto o saputo varare. E se i giornalisti ritroveranno il senso e l’orgoglio del proprio mestiere. Oppure assisteremo alla definitiva demolizione di quello che è sempre stato un pilastro della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta. Ci rimarrà sempre la possibilità di importare dalla Cina il suo simulacro come le mozzarelle farlocche.

 

E’ la stampa, bellezza.

 

Pierangelo Maurizio (*)

 

 

 


pierangelo maurizio

(*) Pierangelo Maurizio, 61 anni, giornalista professionista dal 1988, ha lavorato a: Repubblica, Tempo, Giornale, Libero, Rai1, Rai2, Rai3; collabora  con La Verità. E’ stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e il terrorismo e di quella sul “dossier Mitrokhin”. Autore di alcuni saggi tra cronaca e ricostruzione storica, tra cui “Via Rasella, 50 anni di menzogne” divenuto un caso. E’ autore anche di “Piazza Fontana, tutto quello che non ci hanno detto. Dal 2003 è a Mediaset, prima al Tg5 e ora come inviato di “Quarto grado”

 

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