PER L’INFLAZIONE ATTERRAGGIO MORBIDO, TONFO DEL DOLLARO

PER L’INFLAZIONE ATTERRAGGIO MORBIDO, TONFO DEL DOLLARO

Mer, 07/19/2023 - 14:50
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Siamo a un punto di svolta: l’inflazione sembra domata. I mercati ci credono, la FED no

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Forse siamo arrivati davvero a un punto di svolta nella vicenda dell’inflazione versione anni ’20. Dopo il picco di qualche mese fa, che avevamo commentato insieme al correlato punto di massima dei tassi di interesse, il mostro evocato dalle banche centrali, e che finora ha spaventato più le stesse autorità monetarie che i mercati, ovvero la famigerata inflazione, ha cominciato a rientrare nella sua tana, anche se non nella stessa misura per tutti: in maniera decisa negli Stati Uniti, molto poco in Europa, per niente in Asia, dove anzi – specie in Giappone – si cerca di stimolarla.

L’inasprimento delle politiche monetarie, di conseguenza, potrebbe davvero allentare la sua morsa restrittiva oltre Oceano, mentre da noi continuerà almeno fino al nuovo anno; in Asia, al contrario, è attesa una policy decisamente espansiva, al fine di contrastare la perdita di smalto dell’economia (per la Cina) e l’arresto dello sviluppo – per il Giappone – che aveva cominciato a portare il Sol Levante fuori dalla sua crisi ultradecennale.

Il dollaro, negli ultimi mesi, ha sbattuto violentemente al suo punto di minimo dal gennaio 2021, registrando un’impennata del 13% dal novembre dello scorso anno e avviandosi allegramente verso il cambio di 1,13 contro l’euro che non vedeva dal dicembre 2022[1].

Per chiudere il cerchio, petrolio e oro sono in rialzo, ma meno del previsto.

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Tutto questo è dovuto alle aspettative sull’evoluzione dei tassi, che le autorità monetarie continuano a dichiarare di voler tenere alti perché ritengono che l’inflazione sia ancora viva e incombente e che, invece, la maggior parte degli analisti si aspettano in discesa prospettica in quanto nessuno, nell’anno preelettorale, vorrebbe intestarsi la titolarità della recessione. Si tratta di una strana (e mai vista finora) schizofrenia fra le banche centrali che dichiarano di voler continuare a tenere i tassi alti e i mercati che si aspettano invece un loro declino.

Come ben sanno gli economisti, molto si gioca proprio sulle aspettative, e queste sono spesso irrazionali. Se le imprese si aspettano che i tassi diminuiscano, ritarderanno le loro decisioni di investimento per avere crediti dalle banche meno onerosi; chi cerca casa aspetterà di vedere i tassi dei mutui diminuire (e forse anche i prezzi delle abitazioni, come effetto della recessione che arriverà); chi deve comprare la macchina ugualmente temporeggia per avere credito al consumo meno caro, e così via.

Naturalmente si tratta di un equilibrio molto instabile: basta che il mostro (l’inflazione) torni ad alzare la testa e minacci di tornare sulla scena, che anche le aspettative si capovolgono; se invece – come è accaduto in questi giorni – i prezzi effettivamente scendono, torna il toro sui mercati e l’ottimismo prevale. Oppure – è accaduto anche questo – basta che i dati sull’occupazione e sulla produzione siano positivi, che tutti tornano ad aspettarsi banche centrali ancora più cattive, tassi in crescita e bastonate ai risparmiatori.

Come avevamo previsto, il mercato azionario USA ha continuato a dare buone soddisfazioni ai risparmiatori, anche se i prezzi degli asset ormai sono molto alti (i multipli P/E, ovvero prezzo/utili sono ai livelli massimi). Per questo sono state premiate strategie di rapida incursione e altrettanto rapide prese di valore; per questo abbiamo continuato a consigliare ai nostri investitori di mantenersi preferibilmente liquidi, sia per approfittare delle occasioni che si presentano, sia per non farsi trovare dalla recessione col portafoglio intasato.

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Il breve termine è premiante, anche sul mercato obbligazionario dove tassi in crescita significa valore dei titoli in diminuzione. E di questi tempi stanno crescendo soprattutto i tassi a breve termine, che sono ormai stabilmente (da qualche mese) superiori a quelli a medio-lungo termine, dando luogo al cosiddetto fenomeno dell’inversione dei tassi, che gli analisti interpretano come sicuro presagio di recessione in arrivo.

Se i titoli a breve (3/6 mesi, 1 anno) diminuiscono molto di valore, diventano buone occasioni di acquisto, finalmente a tassi reali[2] positivi dopo anni di rendimenti sotto lo zero.

Le domande a cui dobbiamo rispondere sono quindi: cosa farà l’inflazione? E come si comporteranno le autorità monetarie? Possiamo dire che in USA l’inflazione provocata dai rincari delle materie prime (soprattutto energia) e quella dei servizi sono ormai sotto controllo; la variabile ancora incerta è quella salariale. Se i salari dovessero aumentare in modo consistente, ipotesi non peregrina in quanto siamo al livello di piena occupazione, l’inflazione potrebbe ricominciare a correre, ben oltre l’attuale 3%, che in effetti non è molto lontano dall’obiettivo del 2%. Se invece resteranno sotto controllo, potremo aspettarci un mercato azionario stabile almeno fino all’inizio della recessione, che ormai è attesa in autunno.

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In Europa siamo ancora lontani da quei livelli, per cui da questa parte dell’Oceano ben pochi mettono in dubbio le intenzioni bellicose di Madame Lagarde e soci. Se in USA è atteso un solo rialzo dei tassi di 0,25% in luglio, da noi ce ne saranno diversi, meglio non mettersi troppo comodi.

E poi c’è l’Asia: la Cina ha corso meno del previsto per una serie di cause diverse (le code della pandemia, il crollo demografico, le tensioni con gli USA) ma certamente farà di tutto per recuperare il tempo perduto. Il Giappone ha corso molto e ha iniziato ad avere il fiato grosso, ma le autorità monetarie sono intenzionate a mantenere e rafforzare gli stimoli all’economia.

.recessione

Rispetto a qualche mese fa, la situazione per l’investitore è forse meno preoccupante: chi è esposto sull’azionario USA non ha da temere nei prossimi mesi crolli vertiginosi, ma è bene che approfitti dei rimbalzi per rientrare; chi ha maggiore propensione al rischio può cercare di approfittare della volatilità e degli strappi. Importante cercare di arrivare scarichi di portafoglio alla fine dell’estate.

L’Asia continua a essere una buona opzione, in ottica di investimento duraturo, così come le commodities (più il petrolio dell’oro, in questo momento). E anche l’obbligazionario è una valida alternativa, pur di evitare

 

[1] Per comprendere quanto esposto in questo capoverso si deve tener conto che il tasso di cambio del dollaro verso l’euro è generalmente misurato attraverso il rapporto “n° dollari per 1 euro”, ad oggi circa 1,12, il che vuol dire che per avere 1 euro occorrono 1,12 dollari. Quando questo rapporto aumenta, significa che il dollaro si indebolisce, e viceversa.

[2] Per “tasso reale” si intende la differenza fra tasso nominale (quello dichiarato) e tasso di inflazione. Questo concetto rappresenta quindi il rendimento effettivo, ovvero l’aumento di valore che un titolo genera oltre il recupero dell’effetto inflazione, che rappresenta un rendimento solo teorico.