Brexit, calma e gesso!

Il mio amico Mario Piccoli nell’ultimo articolo del suo blog  mi ha lanciato una garbata provocazione in merito agli effetti di Brexit sulle banche, ovviamente dal suo punto di osservazione specifico che è quello del lavoro e dell’occupazione. La conclusione a cui giunge, che condivido, è che dobbiamo riuscire a trasformare questo evento, in sé sicuramente negativo, in opportunità soprattutto per i giovani. E’ il concetto di wei-ji, del quale ho già parlato in un precedente articolo:

危机

Ma partiamo dall’inizio e cerchiamo di capire di cosa si tratta, come è stata originata, quali possono essere le prevedibili conseguenze, a breve e medio termine, sia sul lavoro (occupazione, impresa, start-up) che sulla gestione dei patrimoni.

brex

 

IL CAPOLAVORO DI CAMERON

Intanto soffermiamoci su cosa è Brexit, acronimo di Britain exit from EU, ovvero uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. La Gran Bretagna comprende Inghilterra, Scozia e Galles, mentre il paese membro dell’UE è in effetti il Regno Unito, il quale comprende anche l’Irlanda del Nord. Quindi, l’entità che dovrebbe formalizzare (avviare o comunque realizzare) il percorso di uscita dovrebbe essere appunto il Regno Unito, attraverso un’iniziativa del proprio Parlamento (l’unico che può decidere che i sudditi di Sua Maestà non siano più soggetti alle norme UE, ma solo a quelle statali).

Dopo aver a lungo negoziato con successo le condizioni di permanenza del Regno Unito nell’UE, in febbraio il premier Cameron decise, con notevole miopia politica, che sul tema avrebbe indetto un referendum consultivo. Questo, tenutosi il 23 giugno scorso, ha visto prevalere il leave (uscire dall’UE) sul remain per poco meno di un milione di voti. Di nessun valore istituzionale (come si diceva sopra), il referendum ha avuto invece un valore politico devastante, tanto che, giustamente, Cameron si è dimesso.

Quindi il Regno Unito (non si sa ancora né come né quando) lascerà l’Unione Europea.

Quali conseguenze potrà avere Brexit sulla vita di ognuno di noi, e in particolare, per ciò che qui ci interessa, sulla gestione dei portafogli e sul lavoro?

Intanto bisogna distinguere gli effetti immediati da quelli che si consolideranno nel tempo. Gli effetti immediati più visibili e intensi sono stati quelli sui mercati finanziari: all’annuncio dell’esito del referendum le borse mondiali hanno registrato una drastica caduta, che é continuata anche il giorno successivo. Maglia nera la borsa italiana, con perdita in doppia cifra, molto superiore a quella della borsa inglese e delle altre borse europee.

In questa purtroppo diffusa corsa al ribasso, molto hanno contato anche le previsioni, e i conseguenti movimenti di mercato, della vigilia del voto inglese, che, al contrario dell’esito finale, erano in generale orientate a veder prevalere il remain. Come siano state elaborate queste previsioni, è d’altra parte singolare: ci si è basati sulle quotazioni degli allibratori inglesi formatesi con le scommesse sull’evento. In tale ottica dunque tendeva a prevalere il remain, ma solo in termini di pounds, ovvero di ammontare delle giocate. Se fossero state invece considerate le teste, ovvero il numero delle scommesse, avrebbe prevalso il leave e, in fin dei conti, al referendum votano le teste e non le sterline. Probabilmente chi ha scommesso sul fronte perdente ha puntato cifre maggiori, forse anche mosso da intenti speculativi.

borsa

PERCHE’ LA BORSA INGLESE HA PERSO MENO DELLA META’ DI QUELLA ITALIANA?

Perché dopo Brexit la borsa di Londra ha perso meno di quella italiana? Ci sono più motivi, e sicuramente questo non è un dato sorprendente.

In prima battuta, Londra (e più ancora New York) é una borsa di dimensioni molto più grandi della nostra, che peraltro é fisicamente a Londra, avendo London Stock Exchange comprato anni fa Borsa Italiana. Ciò significa che ha più spessore e maggiore capacità di assorbire gli scossoni (del resto in una strada sterrata con la Mercedes gli sbalzi del terreno si sentono meno che in Cinquecento): nei mercati piccoli, invece, ogni variazione ha maggiore effetto che in quelli più grandi.

In secondo luogo, la borsa italiana é fortemente influenzata dalle banche e dal settore finanziario, che é quello che si ritiene più esposto alle conseguenze negative di Brexit. Il settore industriale e dei servizi, verosimilmente, ne risentirà meno perché la situazione dell’economia reale non é molto cambiata rispetto ai giorni precedenti al referendum, quando invece le borse salivano. E Londra, come New York, é meno sensibile al settore finanziario e di più a quello industriale.

Infine le maggiori conseguenze che la Borsa Italiana ha subito, e sta subendo, dopo Brexit sono legate anche alla convinzione che da un’eventuale disintegrazione dell’UE i paesi deboli, come il nostro, abbiano più danni di quelli forti, come UK e USA. E siccome il mercato italiano quota le aziende italiane, l’aspettativa per queste ultime é di un peggioramento.

Nei giorni successivi al risultato del referendum, i mercati hanno registrato significativi rimbalzi, non tali comunque da recuperare le perdite dell’immediato dopo-Brexit. È da ritenere che ci saranno altri movimenti di assestamento, da qui ai prossimi cinque/sei mesi, fino a che si troverà un nuovo equilibrio, probabilmente a un livello comunque inferiore a quello di partenza.

Per il nostro mercato, sarà decisiva l’evoluzione del sistema bancario, fino ad oggi vero punto debole nel confronto con gli altri sistemi: le banche italiane sono infatti caratterizzate da un minore livello di patrimonializzazione, ovvero del rapporto fra capitale e attivo ponderato per il rischio. Questo anche perché il nostro paese é stato l’unico a non concedere alle banche aiuti di stato nel periodo della grande crisi, iniziata nel 2007, ma facendone gravare al contrario il peso unicamente sulle spalle di azionisti ed obbligazionisti.

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E ORA?

C’è ragione di ritenere che il nostro sistema bancario non si farà trovare impreparato dall’assestamento conseguente alla Brexit, sia per un processo di autonomo rafforzamento (aumenti di capitale, fusioni), sia per il supporto della BCE e delle istituzioni UE. Un primo segnale é l’attivazione, con il beneplacito dell’Unione, di un fondo fino a 150 miliardi di euro per garantire l’emissione di bond da parte di banche in difficoltà, purché solvibili.

Se questa lettura é corretta, l’investitore prudente dovrebbe mantenersi il più possibile liquido in questa fase, per poi effettuare acquisti selettivi, sia di obbligazioni che di azioni, mano a mano che la situazione diventa più leggibile. In ogni caso dovrebbe evitare di vendere ai prezzi di oggi, che ancora risentono dello shock.

Chi invece fosse propenso al rischio, potrebbe, sempre con la stessa logica, acquistare ora titoli palesemente sottovalutati, in un’ottica di trading di breve-medio termine. C’è infatti da aspettarsi volatilità notevole nel settore finanziario, minore in quello industriale a patto che non si tratti di settori in cui l’uscita del Regno Unito dall’UE possa esercitare un’influenza negativa.

Per chi gestisce invece un’azienda, gli effetti maggiori, ma in ogni caso non devastanti, dovrebbero riguardare la gestione finanziaria e il movimento delle valute.

Sotto il primo profilo, é probabile che la disponibilità di credito – a livello di sistema – diminuisca perché l’uscita di un mercato grande come la piazza di Londra potrebbe ridurre l’offerta e comunque i rating saranno in generale rivisti al ribasso. Da non escludere neanche aumenti dei tassi di interesse, anche se qui saranno decisive le iniziative che assumerà la BCE.

Altro effetto prevedibile sarà l’apprezzamento del dollaro e il deprezzamento della sterlina inglese. Per cui chi utilizza materie prime pagate in dollari avrà probabilmente un aumento del costo industriale, e chi esporta in Inghilterra, oppure chi ha come competitor aziende inglesi, si troverà in un mercato più difficile.

In sintesi, come si dice in Toscana, “calma e gesso”: certamente stiamo entrando in una fase nuova e qualche problema di adattamento dovremo affrontarlo, ma farsi prendere dal panico o dalla frenesia sarebbe davvero una reazione negativa. Cerchiamo invece di sfruttare le opportunità che l’Europa ridotta può offrire.

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4 pensieri su “Brexit, calma e gesso!

  1. Che dire? Sono una che non sa stare in bilico tra un “so” ed un ” ni” e vorrei avere una palla di vetro per avere certezze sul futuro specialmente in questi giorni in cui le turbolenze di mercato in qualche maniera mi colpiscono direttamente e tu Marco sai di cosa parlo!

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