Referendum: che succederà al portafoglio?

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Nell’articolo pubblicato il 5 luglio (Brexit: calma e gesso) eravamo stati facili profeti nel prevedere un rapido assestamento dei mercati dopo le sbandate iniziali.

Quando Barack Obama apprese l’esito delle votazioni che incoronavano Donald Trump prossimo presidente degli Stati Uniti, disse: “Domani il sole sorgerà ancora”. E in effetti, dopo le prime reazioni peraltro prevedibili, tutti hanno cominciato a fare i conti con la nuova realtà e i mercati si sono gradualmente riportati in equilibrio.

Così ora, in vista del referendum di domenica 4 dicembre, non sembra di scorgere all’orizzonte eventi nefasti o irreversibili a seconda dell’esito, sia esso sì o no. Cosa dobbiamo attenderci sui mercati lunedì 5 e nei prossimi giorni e mesi?

Intanto dobbiamo distinguere effetti a breve termine da effetti nel medio periodo. Esaminiamo qui solamente le prevedibili reazioni degli investitori ai diversi risultati: se chi ha, o programma di avere, capitali investiti nel nostro Paese ritiene che la situazione si possa deteriorare, che aumenti l’instabilità o peggiorino i fondamentali del sistema, venderà (o rinuncerà a investire) i propri asset, ad esempio azioni di imprese italiane o obbligazioni governative o corporate, contribuendo così alla diminuzione dei loro prezzi di mercato.

Se riterrà invece che la situazione resti sostanzialmente invariata, continuerà a valutare indipendentemente dal rischio paese e, se dovesse aspettarsi che possa esserci un miglioramento, comprerà titoli italiani facendone aumentare i prezzi.

All’investitore interessa poco il sistema elettorale o l’abolizione del CNEL: ciò che vuole sapere è cosa succederà al valore delle aziende in cui ha investito e alla loro capacità di generare profitti.

Siccome nell’immediato ben poco cambierà nei fondamentali del Paese, credo che si possa votare in tutta tranquillità senza il ricatto di probabili terremoti, che non ci saranno.

Ciò non vuol dire che non ci saranno oscillazioni o rimbalzi, anche forti, nei momenti immediatamente successivi all’esito, ma questa è materia per speculatori e non per investitori. Niente di male a “scommettere” su un determinato esito, comprando o vendendo di conseguenza, con l’obiettivo poi di azzerare le posizioni con profitto una volta che il tutto si sia normalizzato, ma qui siamo interessati piuttosto alla posizione di chi vuole investire consapevolmente le proprie risorse.

Un primo suggerimento per poter guadagnare sull’emotività del dopo referendum, è ovviamente quello di tenersi liquidi il più possibile per poter sfruttare eventuali buone occasioni di acquisto a saldo: se abbiamo nel radar un certo titolo, conviene aspettare a comprarlo dopo il referendum anziché prima, se riteniamo che l’effetto immediato sia un calo consistente ma transitorio. Certamente nel caso in cui uno o più titoli in portafoglio subiscano un crollo dopo il voto, conviene evitare di venderli subito, facendosi prendere dal panico, se a suo tempo vennero acquistati sulla base di una valutazione seria e di considerazioni motivate.

In ogni caso, bisogna mantenere la calma perché il 5 dicembre “il sole sorgerà ancora”.

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SE VINCE IL SI’

La conferma della riforma costituzionale promossa dal governo in carica sarà certamente interpretata come un segnale di stabilità della situazione politica e di continuazione del processo di riforme perseguito negli ultimi due anni. In questo scenario è dunque ragionevole attendersi nell’immediato un aumento dei prezzi degli asset del Paese poiché gli investitori amano muoversi in mercati stabili e in assenza di sconvolgimenti.

Inoltre coloro che avevano scommesso per il no, magari vendendo allo scoperto azioni, saranno costretti a ricoprirsi in perdita, ovvero ad acquistare quelle azioni che si erano impegnati a vendere, facendone aumentare ulteriormente i prezzi.

Alla fine, però, solo se il processo di riforme andrà avanti nel senso gradito e consentirà il miglioramento dei fondamentali, l’investitore sarà propenso a mantenere i titoli italiani in portafoglio ed anche a comprarne ancora.

Il sì ovviamente rafforza il governo e un governo stabile è sempre un elemento di giudizio positivo per chi deve investire, ma da solo non basta: ci deve essere anche un miglioramento effettivo dell’economia del paese e l’uscita dalla crisi, che dipenderanno da una serie di altri fattori.

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SE VINCE IL NO

In caso di vittoria del no, non c’è dubbio che la volatilità dei mercati aumenterà e che in prima battuta i prezzi diminuiranno anche di molto. Ma gli investitori non credono che in tal caso si vada ad elezioni anticipate, quanto piuttosto che si formi un nuovo governo, con o senza Renzi, governo di orientamento centrista e di natura più o meno tecnica, molto difficilmente a guida del Movimento 5 Stelle.

A differenza di Grecia e Regno Unito, col referendum non è in discussione la permanenza dell’Italia in Europa e questo è comunque un elemento rassicurante.

Potrebbe tuttavia rallentare, o arrestarsi, il processo di riforme che sono viste comunque con favore dagli investitori ed anzi ritenute indispensabili per ridurre il gap del paese rispetto alle “best practices”. Non si sa però cosa succederebbe dopo, se e come tale processo venga ripreso oppure rivisto e in ogni caso se ne parlerà nel 2018 con le prossime elezioni.

Inoltre molti titoli italiani si ritengono oggi sottovalutati, come se avessero già scontato sul prezzo eventuali scenari negativi. I titoli di stato hanno visto lo spread rispetto ai Bund tedeschi (differenza di tasso che riflette il maggiore rischio paese per l’Italia rispetto alla Germania) risalire fino a quasi 2 punti percentuali, con conseguente diminuzione dei corsi; le azioni hanno visto il loro indice MSCI Italy sottoperformare del 18% nell’ultimo anno rispetto all’indice europeo e addirittura del 38% negli ultimi 5 anni. Le valutazioni potrebbero quindi essere considerate molto attrattive dagli investitori.

 

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