Pillole di Finanza: i tassi

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Come argomento per la ventesima pillola scelgo ancora una volta i tassi di interesse. Questi numerini rivestono una grande importanza in finanza, sono senz’altro la grandezza se non più rilevante certamente la più citata, anche se da tempo la loro capacità di muovere le leve economiche si è molto ridimensionata.

Una volta il mondo era certamente più semplice: abbiamo imparato dai modelli economici che quando l’economia rallentava, la banca centrale riduceva i tassi, le imprese aumentavano i loro investimenti (perché in banca spendevano meno per finanziarli), le famiglie facevano più mutui per la casa e più prestiti per le auto, così la domanda cresceva e l’economia tornava a crescere. Non solo: coi tassi inferiori la valuta nazionale (nel nostro caso la lira) si deprezzava perché gli stranieri compravano meno titoli italiani (che con tassi inferiori rendevano meno) e così le aziende esportavano più facilmente. E infine lo Stato spendeva meno di interessi sui BOT e BTP e si poteva permettere di aumentare la spesa pubblica che a sua volta faceva crescere la produzione.

In caso di surriscaldamento e inflazione troppo alta, il meccanismo era simmetrico, innescato da un aumento dei tassi che faceva diminuire la domanda e così pure la pressione sui prezzi.

Tutto bello, tutto facile, tutto sotto controllo.

Poi ci siamo accorti della “trappola della liquidità”, ovvero di quel livello dei tassi al di sotto del quale non si verifica nessun aumento di domanda. E’ il caso del Giappone di oggi dove i tassi sono negativi ma la ripresa è ancora lontana. Si diceva che in questo caso “il cavallo non beve”: nonostante il basso costo del credito le imprese (il cavallo) non prendono denaro a prestito, ovvero non si abbeverano alla fonte dello sviluppo anche se ha acqua abbondante e fresca (credito a basso costo).

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Poi in Europa è arrivata la BCE e la leva dei tassi si è trasferita da Roma a Francoforte, e il circolo virtuoso risulta molto difficile da attivare.

Ma per chi investe in titoli, i tassi sono ancora importanti, perché misurano il rendimento dei titoli che si comprano, oppure, visto da un’altra prospettiva, quello a cui si rinuncia se si investe in titoli che non pagano interesse, come le azioni (che pagano dividendi) o come i beni rifugio (che non pagano niente ma possono accrescere il proprio valore).

Il meccanismo da tenere bene a mente è quello che riguarda le obbligazioni, in particolare quelle a tasso fisso: quando i tassi aumentano, il loro valore scende, e viceversa. Siccome questi titoli pagano una cedola che rimane fissa, quando i tassi aumentano tenendo quei titoli si guadagna meno di quanto il mercato in quel momento esprime, e gli investitori tendono a venderli, facendone diminuire il prezzo.

Se un titolo è quotato 100 e paga una cedola di 3, il suo rendimento è il 3% annuo lordo. Se i tassi aumentano al 4%, quello stesso titolo, per poter rendere il 4% ovvero il nuovo tasso, deve essere pagato 75 in quanto chi lo compra a quel prezzo, con la cedola di 3, ottiene appunto il 4%. La relazione è quindi:

rendimento del titolo = cedola / prezzo

Che vuol dire anche

Prezzo = cedola / rendimento.

Naturalmente la relazione effettiva non è mai uguale a quella teorica, come accadrebbe se vivessimo in un mercato perfetto, ma il trend è comunque sempre rispettato.

Siccome si prevede che i tassi aumentino, chi vuol investire in titoli a reddito fisso dovrà quindi aspettare dopo l’aumento, perché potrà comprare quegli stessi titoli a un prezzo più basso. Se li compra ora, si espone al cosiddetto “rischio tasso”, ovvero il suo portafoglio subirà una diminuzione di valore.

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