Petrolio, sviluppo, guerre e uragani

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Nell’articolo iniziale di questa mini-serie dedicata ai mercati valutari, sempre nell’ottica delle scelte di investimento, avevamo visto come i cambi – oltre che dai normali scenari economici e dalle grandezze rilevanti in questi casi – fossero influenzati da una serie di altri fattori: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e, sullo sfondo, la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Inoltre non vanno trascurati altri due importanti aspetti di natura geo-politica: i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Texas, in Florida ed in altre regioni degli Stati Uniti.

Di effetto Trump e situazione britannica abbiamo parlato nei due precedenti articoli, oggi ci soffermiamo sui restanti fattori, mentre la prossima settimana cercheremo di tirare le somme.

Dunque dicevamo: petrolio, sviluppo, guerre e uragani.

 

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Il petrolio è una variabile fondamentale nel panorama economico mondiale. Rappresenta tuttora la maggiore fonte energetica ed è normalmente pagato in dollari. La domanda di petrolio è alimentata soprattutto dalla grande industria, in particolare quella asiatica. Quando la produzione cinese o indiana crescono, il prezzo tende ad aumentare.

E’ vero che nel tempo sono state sviluppate anche fonti alternative quali il nucleare, le rinnovabili, il gas naturale, ma la dipendenza dell’industria mondiale dall’oro nero è ancora molto forte.

L’offerta è concentrata soprattutto nei paesi mediorientali, dove si trovano i maggiori giacimenti naturali, e in altre aree del mondo quali Russia, che usa però il petrolio soprattutto per l’industria interna, Africa e in misura minore Norvegia e Mar del Nord.

Essendo una risorsa naturale, essa è per definizione limitata anche se al momento non risultano problemi di scarsità e di approvvigionamento. I fattori che influenzano l’offerta sono di natura essenzialmente politica, in quanto gli stati produttori possono aumentare o diminuire la quantità riversata sul mercato a seconda delle proprie esigenze di bilancio e degli accordi finalizzati a mantenere elevato il prezzo.

L’andamento del prezzo del petrolio nel tempo influenza il cambio del dollaro e, viceversa, la maggiore o minore forza del biglietto verde incide sul livello della domanda. Generalmente si riscontra quindi che l’andamento del prezzo del petrolio e quello del cambio del dollaro hanno una correlazione inversa, nel senso che quando aumenta il petrolio, il dollaro diminuisce e viceversa.

In effetti nelle ultime settimane il costo del brent (il tipo di petrolio più scambiato sul mercato) al barile è aumentato dai 45 dollari di fine giugno ai 55 di questi giorni, mentre nello stesso periodo il dollaro si è ulteriormente indebolito, contro l’euro, da 1,12 a 1,20.

Come tutte le grandi leggi dell’economia, anche questa della correlazione inversa fra petrolio e dollaro non va presa troppo sul serio, soprattutto quando si tratta di dover investire i risparmi personali e non di esercitarsi in eleganti teoremi accademici.

Una sintesi ragionevole che si potrebbe tentare sul punto è che il prezzo del petrolio probabilmente non aumenterà ancora molto (salvo eventi politici imprevisti) e che il dollaro dovrebbe recuperare sull’euro.

L’altro elemento di giudizio è l’andamento economico delle tigri asiatiche e dei paesi in via di sviluppo. In questo momento molti dei sistemi che eravamo abituati a veder crescere a doppia cifra hanno rallentato la loro corsa: non che siano entrati in recessione, ma stanno crescendo ad un ritmo inferiore a quello degli ultimi anni.

Se dovessero tornare a correre, è ragionevole attendersi che aumentino di valore le loro valute nazionali (renmimbi cinese, rupia indiana, rublo russo, lira turca, ecc.) e che cresca anche il dollaro. La maggior disponibilità di risorse da investire da parte di sceicchi e mandarini, infatti, dovrebbe far aumentare la domanda di dollari e quindi – a parità di altre condizioni – un apprezzamento della divisa USA sui mercati valutari.

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L’effetto dei venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord sulla valuta americana è invece molto più difficile da prevedere. Si può solo dire che in questa fase le incertezze di Trump e i messaggi ondivaghi che giungono dalla Casa Bianca, come pure le difficoltà nel dialogo con Cina e Russia, potrebbero minare la credibilità e la fiducia nel dollaro. Se, come abbiamo visto, il biglietto verde funge anche da riserva di valore, è ragionevole attendersi qualche perplessità da parte di chi dovrebbe investire risorse in un paese gestito da una classe politica incapace di giocare un ruolo stabilizzante sullo scacchiere mondiale, e ostaggio di personaggi improbabili come il giovane satrapo coreano.

 

Qualora la guerra dovesse effettivamente scoppiare, e si trattasse di una guerra nucleare come minacciato, tutti i nostri discorsi cadrebbero e il cambio del dollaro sarebbe davvero l’ultimo dei nostri problemi.

 

Infine, ultimo in ordine di tempo, il fattore rappresentato dalle calamità che si sono abbattute in questa fine estate sugli Stati Uniti: Harvey in Texas, Irma in Florida e ora sembra José in New Jersey, con concreta minaccia anche su New York.

 

 

E’ ancora presto per una stima dei danni, ma se pensiamo che l’ultimo uragano che si è abbattuto sulla Grande Mela (Sandy nel 2012) costò alle casse federali circa 70 miliardi di dollari, è facile rendersi conto dell’impatto che questi fenomeni avranno sui conti pubblici, come pure sulle compagnie assicuratrici per i danni che saranno chiamate a rimborsare.

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Sicuramente il disavanzo USA crescerà e il budget verrà sforato: questo comporterà la necessità di aumentare le emissioni di Treasury Bond per finanziarlo e c’è da aspettarsi una certa pressione sul cambio del dollaro.

In questa situazione complessa, capire come si muoveranno le valute per impostare una razionale strategia di portafoglio non è facile. Possiamo però indicare alcune azioni ragionevoli da valutare, perché proprio nell’incertezza si nascondono spesso buone opportunità di guadagno: le vedremo nel prossimo articolo.

 

 

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