L’ABC dell’economia: il tasso in trappola

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Il tasso finito in trappola non è quello che dimorava sotto la famosa quercia del Gianicolo, descritto nella divertente pièce di Achille Campanile “La quercia del Tasso”.

Quello di cui parliamo è invece un animaletto molto vivace e dinamico che occupa un posto centrale nella teoria economica, anche se ultimamente, come vedremo, la sua capacità di muovere investimenti e reddito è molto diminuita, per non dire azzerata, tanto da parlare, appunto, di “trappola della liquidità”.

Ma partiamo dall’inizio.

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Il tasso, o saggio, di interesse, è la percentuale che misura il rendimento (o il costo, a seconda dei casi) di un certo importo impiegato nell’arco di tempo di un anno. Se ad esempio investiamo 1.000 Euro in un titolo al 5%, significa che dopo un anno quel titolo avrà reso 50 Euro di interesse. Se l’investimento dura sei mesi, l’interesse sarà di 25 Euro; se dura due anni sarà di 100 Euro. Sembra facile.

In realtà le cose sono un po’ più complicate.

Intanto bisogna vedere quali sono le modalità di calcolo: naturale che l’interesse dipenda dal tempo, ma come si computa il tempo per frazioni o multipli dell’anno?

Partiamo dalla formula generale che è la seguente:

Interesse (I) = (Capitale (K) x Tasso (i) x Giorni) / 365

 

Se ad esempio manteniamo l’investimento per 3 mesi e mezzo, supponiamo dal 1° di Gennaio al 15 di Aprile, abbiamo:

Interesse (I) = (1000 x 0,05 x 105) / 365 = 14,38

Dove il tasso viene espresso in termini unitari (ovvero quello percentuale diviso 100: 5 / 100 = 0,05).

Nella pratica commerciale però, i mesi vengono convenzionalmente fatti pari a 30 giorni e l’anno a 360. Quindi, sempre nel nostro caso, avremo un interesse di 14,58 Euro, ovvero di 20 centesimi maggiore.

Che sembrano pochi, ma rapportati a cifre milionarie diventano importanti, così come può essere consistente la differenza fra i mesi convenzionali di 30 giorni e quelli reali dei giorni effettivi.

Ben più rilevante, anche concettualmente, è l’altro caso, quello dei multipli dell’anno. In questo caso, la questione che si pone è quella dell’interesse composto.

Torniamo al caso precedente. Il nostro titolo da 1.000 € ha generato in un anno 50 Euro di Interesse. Se accumuliamo l’interesse sul capitale a suo tempo investito (operazione in gergo definita “capitalizzazione” dell’interesse), partiremo l’anno successivo con 1.050 Euro, che a loro volta, al 5%, produrranno 52,50 Euro. Se invece la prima cedola non è a sua volta produttiva di interessi, l’anno dopo continueremo a incassare i soliti 50 Euro.

Come si vede, la differenza fra interesse semplice e interesse composto può diventare molto consistente, se la proiettiamo in più anni, o meglio più periodi di interesse, che possono anche essere di diversa durata, ad esempio trimestrali o semestrali.

Altro aspetto rilevante è il tipo di tasso: fisso o variabile. Di questo abbiamo parlato più volte nei nostri articoli. Il tasso fisso rimane sempre lo stesso per tutta la durata dell’investimento; mentre quello variabile, come dice la parola stessa, si modifica in funzione dell’andamento di un certo parametro.

Normalmente, come sa bene chiunque abbia contratto un mutuo, il tasso variabile viene costruito indicando un parametro, in genere un tasso interbancario (ad esempio Libor[1]) riferito ad una certa durata (in genere 3 o 6 mesi), al quale viene aggiunto uno spread, ovvero un importo fisso.

Poiché il parametro è una grandezza “ufficiale”, e quindi rilevabile come dato pubblico dalla stampa o dai siti Internet accreditati, è facile calcolare volta per volta il tasso che andremo a pagare (se abbiamo chiesto un mutuo) o a ricevere (se invece si tratta di un impiego di denaro) nel periodo di interesse successivo.

Con un esempio il meccanismo risulterà più chiaro, anche se nell’attualità i tassi base sull’Euro, almeno per le scadenze brevi, sono negativi, e questo complica le cose, almeno concettualmente.

Supponiamo che il contratto preveda un interesse semestrale pari al tasso “Libor” a 6 mesi rilevato nel mese precedente la scadenza del periodo, maggiorato di uno spread del 3 per cento su base d’anno.

In primo luogo, occorre specificare che ogni scadenza rappresenta un preciso segmento di mercato: 3 mesi, 6 mesi, 1 anno, 5, 10, 15 anni. Sulla stampa specializzata è facile trovare, per ogni tipo di tasso, il valore rilevato in quel giorno alle diverse scadenze.

Ad esempio, se nel giorno previsto dal contratto il tasso ufficiale rilevato (Libor 6 mesi) fosse -0,35, per il semestre successivo avremo (-0,35+3=) 2,65% su base d’anno, ovvero – su 1000 Euro di capitale – 13,25 di interessi.

In un periodo di tassi crescenti, il parametro base, in caso il Libro 6 mesi, crescerà da una rilevazione all’altra e gli interessi aumenteranno; invece in un periodo di tassi in calo gli interessi diminuiranno. Viceversa, se il tasso è fisso, l’interesse resterà sempre lo stesso per tutta la durata dell’operazione.

Questi pochi ed elementari concetti di contabilità possono risultare un po’ fastidiosi ed anche pedanti, ma sono indispensabili per capire come funziona e si muove questo grazioso animaletto, per molti anni ritenuto responsabile (non l’unico, ma uno dei più importanti) dell’andamento della spesa per investimenti, e quindi del reddito.

 

Spostando il focus della nostra attenzione dalla computistica all’economia, esamineremo nel prossimo articolo la natura del rapporto in virtù del quale quando i tassi diminuiscono, la domanda di investimenti di un sistema aumenta, e quindi cresce il reddito complessivo.

 

Per questo si diceva (e si dice) che ogni manovra di politica monetaria che porta a ridurre i tassi è “espansiva”. Purtroppo però esiste una situazione particolare, dovuta alla abbondante liquidità presente nel sistema, in cui il reddito diventa insensibile al tasso di interesse. E’ la cosiddetta “trappola della liquidità”, nella quale ci troviamo di questi tempi. Nonostante i tassi negativi, investimenti e reddito non crescono qualunque manovra espansiva venga attuata.

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Eclatante il caso del Giappone, dove i tassi sono da anni negativi e il paese resta attanagliato in una crisi economica strutturale che sembra inscalfibile.

Potrà il nostro tasso uscire dalla trappola e tornare a lavorare per lo sviluppo? Lo scopriremo vivendo.

 


[1] Acronimo di London inter-banking offer rate, ovvero “tasso di offerta sul mercato interbancario di Londra”. I tassi sono prezzati in due misure: domanda e offerta (bid e offer) a seconda che sia il tasso da pagare sui fondi ricevuti o quello da ricevere sui fondi offerti

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