L’ABC dell’economia: investire o non investire?


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Se sviluppo vuol dire aumento del reddito e se il reddito è dato dalla somma della spesa per consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, cosa deve fare un buon governante per far crescere il suo Paese?

Questo è il punto centrale della politica economica.

In più bisogna tener conto che tendenzialmente la spesa pubblica non può crescere, altrimenti il bilancio dello Stato andrebbe a peggiorare ancora, salvo prevedere un contestuale aumento delle imposte con i prevedibili effetti restrittivi che esso comporta. I consumi, infatti, crescono solo se cresce il reddito e questo ci ricorda un po’ il gatto che si morde la coda.

Va a finire che l’unico strumento concretamente attivabile per il nostro ipotetico governante passa attraverso lo stimolo degli investimenti. Abbiamo visto che far crescere gli investimenti è una funzione importante, oltre che a livello economico anche dal punto di vista sociale, in quanto consente l’aumento e il miglioramento quantitativo e qualitativo della dotazione di capitale del sistema paese e soprattutto l’aumento dell’occupazione e del reddito.

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Come fare dunque per incentivare l’investimento? Una prima serie di misure è di natura socio-politica e riguarda la creazione di un ambiente favorevole ad attrarre nuovi investimenti: regime fiscale favorevole, sistema giudiziario equo e celere, burocrazia efficiente e non costosa e così via.

Gli economisti però fanno dipendere il livello degli investimenti anche dal tasso di interesse, con correlazione inversa, nel senso che quanto più diminuisce il tasso di interesse tanto più aumentano gli investimenti e viceversa.

In questo caso, quindi, se l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo, si tratta di far diminuire il tasso di interesse. Detta così, sembra facile.

In realtà bisogna considerare che il tasso non è un dato che si può determinare per decreto, ma è un prezzo che si forma sul mercato, per effetto della domanda e dell’offerta dei mercati finanziari, più o meno uno per ogni segmento di scadenza. Generalmente, però, attraverso strumenti di politica monetaria ormai sofisticati, è relativamente facile manovrare i tassi per le autorità monetarie. Piuttosto, occorrerà un certo lasso di tempo perché questo accada.

Il primo problema è che le politiche espansive, in quanto sostengono l’offerta di credito e moneta per farne diminuire il prezzo, hanno l’effetto collaterale di creare inflazione.

Ma soprattutto, non è detto che ogni riduzione dei tassi comporti sempre automaticamente l’aumento del reddito. Altrimenti, sistemi produttivi come quello giapponese, dove ormai da tempo i tassi sono negativi, dovrebbero crescere continuamente e invece si trovano ormai da tempo in crisi.

In effetti, esiste un livello minimo dei tassi di interesse al di sotto del quale il reddito, o la produzione, non aumentano. Per quanta moneta le autorità riversino sul sistema, gli investimenti non decollano: si tratta della cosiddetta “trappola della liquidità”. La liquidità che si crea nel sistema con le politiche monetarie espansive, ovvero l’ampia disponibilità di risorse finanziarie, non ha più l’effetto di favorire lo sviluppo. Come dicono gli economisti in questo caso: “il cavallo non beve”.

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Il motivo per cui si determina questa situazione è intuitivo: non esiste una convenienza infinita a espandere la produzione, ma ci sono comunque dei vincoli tecnici per cui un’azienda, oltre determinati livelli, non ha più convenienza ad investire, neanche se i mezzi necessari per l’investimento fossero gratis.

Senza entrare in spiegazioni troppo tecniche, basta dire che un’azienda investe fino al punto in cui il reddito addizionale che realizza è almeno pari a zero, ovvero fino al punto in cui la spesa per l’investimento è compensata da un uguale ammontare di profitto. Ma è evidente che, aumentando le quantità prodotte e riversate sul mercato, il livello dei prezzi tenderà a diminuire e se questa riduzione non è compensata da un aumento della produttività, arriverà un momento in cui più si produce e più si perde.

La produttività infatti è un rapporto di natura tecnica che non può tendere all’infinito: aumenta al diminuire del costo unitario del prodotto, ma questo non potrà mai arrivare a zero. Produrre avrà sempre un certo costo e, quando il ricavo addizionale che si ottiene in virtù di prezzi calanti è inferiore al costo minimo, nessuna azienda razionale continuerà ad espandere la produzione, neanche se il costo dell’investimento fosse uguale a zero.

Come si vede, è quindi sempre l’economia reale, quella dei beni e dei servizi, che ha l’ultima parola sulle condizioni di vita di un Paese; la finanza, quella del denaro e derivati, non crea valore e ricchezza reali, ma spesso solo illusioni. Prima o poi le bolle finanziarie scoppiano e prima o poi le politiche monetarie mostrano i loro limiti: o perché ci si trova in trappola della liquidità, oppure perché si crea solo inflazione e non sviluppo vero.

Si capisce allora quanto possa essere complicato far crescere un sistema quando le politiche monetarie non risultano più efficaci. L’unico mezzo disponibile è in questo caso la politica economica, ovvero la leva fiscale e quella del bilancio pubblico.

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Questo spiega come sia stato lungo e difficile uscire dalla crisi mondiale iniziata nel 2007 col fallimento di Lehman Brothers. I bilanci pubblici sono generalmente vincolati e non possono consentire aumento dei disavanzi, per cui la spesa pubblica non può essere spinta più di tanto. Per lo stesso motivo, è sempre molto difficile poter ridurre le imposte per favorire produzione e reddito: nonostante che tutte le forze politiche inseriscano la riduzione delle tasse nei loro programmi elettorali, nessuno riesce poi in concreto ad alleggerire l’onere tributario.

Alla fine, è solo il mercato che riporta equilibrio nel sistema e crisi importanti come quella recente vengono superate, ma lasciando dietro di sé morti e feriti: aziende che chiudono e lavoratori che perdono l’impiego.

 

 

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