L’ABC dell’economia: le esternalità

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Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

pollution industry

 

In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

amazon HQ

 

Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

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