L’anno che verrà

Anno bisesto, anno funesto. Il detto sembra risalire all’epoca degli antichi romani, che consideravano febbraio un mensis feralis (ovvero un mese funesto), in quanto dedicato ai riti per i morti e alla purificazione. Ci mise del suo anche Michele Savonarola, medico e scienziato del Quattrocento e nonno del più celebre Giacomo Savonarola, che descriveva gli anni bisestili – quelli con un giorno in più – nefasti per le coltivazioni e le greggi.

Si tratta di mera superstizione, naturalmente, e al giorno d’oggi – in cui i morti si commemorano a novembre e gli anni sono alla fine più o meno uguali – il minaccioso proverbio ha cessato di incutere disagio e inquietudine, anche se molti ricordano che alcune delle più tremende tragedie per il nostro paese (il terremoto del Messina del 1908, quello del Belice del 1969 e quello del Friuli del 1976) sono avvenute proprio in anni bisestili.

Può essere allora interessante cercare di capire cosa possiamo aspettarci per il nuovo anno, dal punto di vista dell’investitore e della finanza e come dobbiamo conseguentemente configurare il nostro portafoglio per non farci cogliere di sorpresa dagli eventi. Naturalmente non siamo in grado di prevedere il futuro (è un limite del nostro Blog), ma cercando di leggere la situazione attuale e i trend identificabili, possiamo fare qualche considerazione di prospettiva e di buon senso.

Dopo la crisi epocale del 2007/2008, che nel nostro paese è durata una decina d’anni e che tuttora continua a manifestare i suoi colpi di coda con imprese che escono dal mercato e interi settori produttivi che non si sono ripresi dallo shock, Stati Uniti ed Europa hanno intrapreso un deciso sentiero di crescita della produzione e dei commerci, mentre i mercati emergenti – pur rallentando la loro marcia – hanno mantenuto un ritmo di sviluppo costante e continuo.

Quasi tutti gli analisti di scenario sono concordi nel ritenere che artefici di questa prolungata fase positiva dei mercati occidentali siano stati i banchieri centrali, che hanno perseguito una politica monetaria decisamente espansiva caratterizzata da tassi di interesse bassi e abbondante liquidità. Memori dei danni provocati durante la grande crisi del 2007, quando le autorità monetarie impiegarono molti mesi ad abbandonare il loro orientamento restrittivo, così contribuendo ad accelerare e inasprire la crisi stessa – questa volta le banche centrali hanno fornito dosi massicce di moneta ai sistemi, talvolta rimangiandosi annunci di aumento dei tassi al primo scricchiolio.

Se da un lato la sola politica monetaria non è (più) in grado di stimolare crescita economica, per la quale occorrerebbero ben più efficaci stimoli di politica fiscale e di bilancio, dall’altro i consistenti mezzi liquidi a disposizione di banche e operatori hanno alimentato una forte domanda di attività finanziarie (azioni e obbligazioni) che ha innescato e mantenuto un mercato in continua crescita e prezzi sempre più alti.

Si è quindi assistito allo strano fenomeno di economie in rallentamento e mercati in grande spolvero. Per tutto l’anno in corso i mercati azionari hanno visto aumentare volumi degli scambi e prezzi, raggiungendo livelli di quotazioni e multipli difficilmente sostenibili. Se andiamo a vedere la serie dei rapporti prezzi/utili (il cosiddetto P/E, ovvero price/earnings), troviamo nel mercato USA livelli incredibili: basti pensare al caso Amazon per la quale tale rapporto è di quasi 80.

Una volta si diceva che il rapporto corretto fosse intorno a 20, quando cioè gli utili di una società consentono di ripagare l’investimento effettuato (attraverso l’acquisto sul mercato di un’azione) in 20 anni. Pur con sensibili differenze da un settore all’altro, era diffusa l’opinione che quando il rapporto P/E fosse al di sotto di 10 convenisse comprare e quando fosse al di sopra 20 convenisse invece vendere: se oggi seguissimo questa regola, avremmo grande difficoltà a trovare titoli su cui investire. Eppure il rapporto P/E continua a crescere, per effetto soprattutto dell’aumento dei prezzi. Gli utili delle aziende non stanno andando male, ma sono tendenzialmente stabili e certamente non seguono il ritmo del prezzo delle azioni.

E’ una situazione che dura da diversi mesi: chi avesse avuto paura dell’inversione del trend, avrebbe perso una buona occasione per guadagnare; e d’altra parte se la finanza (il sistema dei prezzi delle azioni e degli altri strumenti finanziari) diverge in modo così netto dall’economia (la produzione e lo scambio di beni e servizi), si prepara il terreno perché la bolla possa scoppiare, come ci insegna l’esperienza del passato.

E’ bastata la minaccia di un aumento dei tassi in USA, alla fine dello scorso anno, per far precipitare i mercati tanto da indurre il presidente Trump a intervenire pesantemente sulla Federal Reserve (la banca centrale americana) per forzare l’inversione della rotta. Smentite le dichiarazioni di procedere all’inasprimento della politica monetaria, i mercati hanno continuato a crescere come e più di prima. E siccome il mercato di oltre oceano trascina con sé anche l’Europa e, a maggior ragione, l’Italia, è da qui che conviene partire per cercare di capire cosa succederà.

Potrà continuare la pacchia o dobbiamo attenderci una rapida e intensa inversione di tendenza? La risposta alla prossima puntata.

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