Pillole di Finanza: il dopo Trump tra petrolio e tassi

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Se nel mondo globalizzato  un battito d’ali in India si sente anche da noi, figuriamoci l’elezione di un nuovo presidente come Donald Trump, che governerà per almeno 4 anni la maggiore potenza economica del pianeta. Premesso che non succederanno rivoluzioni e che, come ha detto Obama, il sole sorgerà ancora, tuttavia è lecito e ragionevole attendersi alcuni effetti sulle variabili macroeconomiche che avranno conseguenze anche sui portafogli delle famiglie italiane. Cerchiamo di capire quali, e come conviene comportarsi nelle scelte di investimento, in una logica di asset al location strategica.

 

PROGRAMMA ELETTORALE: FISCO, CRESCITA E DEBITO USA

Se il neoeletto presidente rispetterà gli impegni presi con gli elettori, gli obiettivi della sua politica saranno: focus sul mercato interno e freno alle importazioni, riduzione della pressione fiscale, forti investimenti infrastrutturali.

Ammesso e non concesso che Trump faccia tutto quello che ha detto, e che abbia successo (cosa probabile in quanto eserciterà un notevole controllo anche sul Congresso), il debito pubblico USA è destinato a crescere. E ammesso che gli investitori mondiali, in primo luogo i cinesi, continuino a essere disposti a  finanziarlo – ovvero acquistino ancora a piene mani i Treasury Bonds che il governo dovrà emettere per raccogliere le necessarie risorse – i tassi dovranno aumentare, per invogliare i potenziali acquirenti a comprare questi titoli.

D’altra parte, un aumento dei tassi era già atteso anche prima e a prescindere da Trump, e anzi la Fed (la banca centrale americana) ha forse aspettato anche troppo rispetto alle previsioni. L’economia USA sta infatti viaggiando a ritmi sostenuti, il prodotto interno lordo cresce, il paese si trova in sostanziale piena occupazione e i tassi hanno da poco abbandonato i livelli minimi degli ultimi decenni. Le previsioni per l’inflazione sono infatti di moderato ma deciso aumento.

Come era facile prevedere, il dollaro ha imboccato la strada del rafforzamento (si veda la nostra pillola del 20/11) e già ora si trova ai massimi rispetto all’euro. Tuttavia ritengo che già nella prima parte del mandato di Trump il livello di parità fra le due valute (1 $ per 1 €) sia un traguardo ipotizzabile.

 

PETROLIO E RAPPORTI USA/RUSSIA

Il primo messaggio di rallegramenti è arrivato al biondo tycoon da parte dello zar Vladimir Vladimirovic Putin, che ha visto chiudersi con sollievo l’era Obama, in cui il premio Nobel per la pace ha in realtà insidiato l’orso russo su diversi fronti, il più delicato dei quali proprio in Europa, l’Ucraina. I rapporti fra le due superpotenze sono stati molto tesi, in alcuni casi hanno sfiorato la crisi.

Trump sicuramente ridurrà l’attivismo militare USA all’estero, e questo migliorerà i rapporti fra i due paesi. Le sanzioni alla Russia hanno i giorni contati, e forse proprio questa sarà una delle prime mosse del nuovo governo di Washington, con sollievo – più che dei Russi – soprattutto delle imprese europee che potranno tornare a vendere merci e servizi ad est.

D’altra parte, nonostante la recente ripresa e la già notevole strada percorsa, il prezzo del petrolio continuerà a crescere perché la crescente domanda USA  e asiatica e il prevedibile esaurimento delle scorte ne sosterranno la tendenza.

Gli effetti combinati di questi fenomeni dovrebbero produrre un interessante aumento del rublo rispetto all’euro: come avevamo già detto in uno dei primi articoli di questo blog, la moneta russa è destinata a crescere ancora. Da quando suggerimmo di comprare i rubli (cfr. articolo del 24/5/2016), questa valuta è aumentata di quasi il 6%, e credo che nel medio termine la tendenza continui, anche se con oscillazioni e volatilità.

 

CHE FARE?

Se le premesse sopra sintetizzate sono vere, le conseguenti valutazioni da fare per un asset allocation strategica sono:

  • Mantenere una parte del proprio portafoglio in dollari e, se la propensione al rischio lo consente, valutare un chip in rubli russi;
  • Non acquistare in questa fase azioni USA, che sono già notevolmente apprezzate, e preferire quelle europee;
  • Mantenersi liquidi fino all’inizio dell’aumento dei tassi USA per poi comprare obbligazioni governative o corporate USA (o quote di fondi se vogliamo limitare il rischio di cambio), preferibilmente a tasso variabile o correlate all’inflazione;
  • Per quanto riguarda i settori, tenere d’occhio i settori legati all’energia, alle infrastrutture, ai grandi lavori, preferibili in questa fase rispetto ai farmaceutici e ciclici.

 

 

 

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