Pillole di Finanza: inflazione, che fare quando si prevede l’aumento

inflazione

Se la deflazione è il sintomo di un’economia che ristagna, è allora normale porsi un obiettivo di ragionevole incremento del livello generale dei prezzi che rappresenti un sistema che si sviluppa naturalmente e senza distorsioni. Tale livello “fisiologico” è generalmente indicato nel 2%, il livello da poco raggiunto in Eurozona.

Questo livello è considerato di equilibrio, ovvero non distorsivo. L’inflazione infatti produce anche un effetto di redistribuzione della ricchezza dai creditori, coloro che possiedono attività finanziarie in genere, ai debitori. Poiché crediti e debiti sono espressi in moneta, e sono al nominale, una riduzione del potere d’acquisto della moneta riduce di pari importo anche il valore reale dei crediti (titoli, depositi, contanti, ecc.) e dei debiti.

Non a caso il classico percorso di rientro dall’enorme debito pubblico di un paese è proprio la grande inflazione che ne polverizza il valore. Così come molti che hanno comprato casa con un mutuo a tasso fisso negli anni ’70, prima della forte inflazione di quel periodo, di fatto si sono ritrovati con il bene immobile rivalutato e il debito quasi azzerato, realizzando notevoli guadagni.

Al contrario di chi aveva tenuto il denaro in forma liquida o investito in titoli a tasso fisso, che ne ha subito un simmetrico danno.

Che fare dunque se si prevedesse un ritorno in grande stile dell’inflazione?

Il primo accorgimento è spostarsi dalle attività finanziarie (denaro, titoli) a quelle reali (immobili, metalli preziosi, e anche azioni in quanto rappresentative della proprietà di aziende), considerate in questo caso come “beni rifugio”.

Inoltre spostarsi dagli investimenti a tasso fisso a quelli a tasso variabile o indicizzato, che periodicamente viene adeguato ai nuovi livelli di mercato. Per chi si indebita, simmetricamente, preferire il tasso fisso a quello variabile: in tal modo l’onere reale del debito, a parità di quello nominale, tenderà a diminuire.

Al tempo delle valute nazionali, e quindi prima dell’Euro, quando un paese registrava nel tempo tassi di inflazione sistematicamente superiori agli altri, l’esito naturale era la svalutazione della moneta, come accadeva con la lira. Anzi, la svalutazione era proprio una modalità competitiva del paese in quanto in tal modo si favoriva l’esportazione verso paesi a moneta forte, tipicamente il dollaro e il marco tedesco, ma anche il franco svizzero e la sterlina.

Allo stesso modo oggi un mezzo per difendersi dall’inflazione può essere rappresentato dall’investire in valute forti, come il dollaro o il franco svizzero. Ma si deve tener presente che la dinamica dei tassi di cambio non dipende solo dalle inflazioni dei rispettivi paesi, ma da una serie di altre cause, fra le quali stabilità dei sistemi e tassi di interesse.

La vera domanda allora è: quanto crescerà l’inflazione nei prossimi anni? Naturalmente esistono le stime degli economisti, che però non sono sempre azzeccate (qualcuno dice quasi mai). Comunque fino a quando il trend rimarrà sui livelli attuali, il 2% o meno, sono da escludere effetti distorsivi rilevanti.

 

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